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Prime Esperienze

Il sapore della figa sulle mie labbra


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
05.08.2025    |    1.441    |    2 9.0
"Con la lingua ruvida, il naso schiacciato lì in mezzo, bevendo ogni goccia di voglia che colava..."
Capitolo 1 – Il fienile
Il piacere non sempre arriva con eleganza.
A volte puzza di terra, di pelle, di verità.
Quella notte, tra il cigolio delle assi e l’odore del fieno marcio,
Angelo trovò qualcosa che non cercava più: una donna sporca, viva, pronta. Angelina.

Non era una bellezza da vetrina.
Aveva le unghie sporche di resina e i fianchi larghi da mordere.
Ma quando lo guardò, lui capì: non si sarebbe salvato.

Si erano sfiorati già nel pomeriggio, tra le bottiglie vuote della festa in campagna.
Una battuta sussurrata, uno sguardo troppo lungo. E poi il silenzio.
Quello in cui le fantasie crescono come erbacce.

Quando lui la vide entrare nel fienile, i fianchi che danzavano sotto la gonna leggera,
seppe che l’inferno sarebbe iniziato lì.

Angelina lo aspettava. Schiena al muro, seno che si sollevava lento nel respiro.
Le labbra umide, le cosce già bagnate di desiderio.

Angelo non parlò. Si inginocchiò. Sollevò la stoffa.

E trovò il paradiso. Una figa viva, calda, disordinata.
La leccò come si lecca l’anima. Con fame, con rabbia, con gratitudine.
Il sapore della figa gli restò sulle labbra come una bestemmia sussurrata in chiesa.
La lingua affondava, cercava, scopriva ogni gemito come un segreto profondo.
Angelina lo teneva per i capelli, piegata all’indietro, le cosce strette attorno alla sua testa.

Quando venne, lo fece con tutto il corpo. Con uno squarcio nel cielo. Con un urlo animale.

Poi toccò a lui. E lei prese tutto. Ogni spinta, ogni bestemmia, ogni goccia.
Furono cavalcate, schiaffi, dita in gola.
Furono morsi sulle natiche, leccate tra le chiappe, respiri trattenuti.
L’odore era legno, sudore, sborra. Vita vera.

Epilogo – Spine Dolci
Nel fienile del piacere non restò che odore.
Di legno, di umori, di peccato.

Angelina e Angelo uscirono all’alba,
mani intrecciate e sorrisi da dannati.

Non si dissero addio.
Perché certe notti, certe scopate,
non finiscono.

Restano sotto pelle.
Come spine dolci.
Come il ricordo di un cazzo in gola
che ti insegna a non avere più paura di vivere.

Capitolo 2 – La bestia nella stalla
La seconda volta non fu nel fienile. Fu nella vecchia stalla.
Dove un tempo dormivano gli animali, quella notte si svegliò la bestia.
Angelina la portava dentro. Angelo la teneva al guinzaglio solo per fingere.

Si aprì la porta con un calcio. Lei era già nuda sotto la camicia.
Lui la prese per la gola, la sbatté contro il muro. Si cercavano da giorni,
ma quella fame si era fatta dolore.

— «Hai ancora il mio sapore addosso, porca?»
— «Fammi sentire se te lo ricordi.»

Le leccò la bocca, poi scese.
E la figa lo accolse come un mostro affamato. Era bagnata già da ore, grondava.
Angelina si stava preparando da sola, col dito dentro anche mentre guidava per raggiungerlo.

La succhiò, la slappò, la morse. Si riempì la bocca e il naso del suo odore, del suo squarcio.
Lei godeva in faccia, senza grazia. Le urla rimbombavano tra le pareti di pietra.
Quando venne, lo fece sul suo viso, fradicia e urlante.

— «Fammelo adesso. Ma in piedi. Nella figa. Subito.»
— «No.»
Angelo la prese e le sputò sul buco dietro.

— «Oggi me la dai qui. Ti voglio tutta.»

Angelina tremò. Aveva sempre detto di no, con altri. Ma con lui no. Con lui, era tutto.

— «Apri quella fottuta bocca mentre ti entro nel culo.»
— «Sì... mettimelo tutto, fammi male…»

Entrò. E fu un grido muto.
Angelina aprì la bocca. Lui ci mise le dita, la lingua, le parole sporche.
Lei era una troia felice. Una cagna in calore.
Con il culo pieno, la gola invasa, e le mani che tremavano per quanto veniva ancora.

La stalla odorava di bestie. Ma nessuna era più animale di loro.
Quando venne, lui glielo lasciò dentro, e glielo riversò in fondo, spingendo fino a toccarle l’anima.
Lei godeva piangendo.

— «Non voglio che finisca.»
— «Neanche io. Ma ora puliscimelo.»

Si inginocchiò, leccò tutto. Anche il loro sporco, la sborra, il dolore.
Ogni goccia. Ogni vergogna.

Capitolo 3 – La Cantina
Non c’erano finestre. Solo muffa, polvere e catene appese alle pareti.
La cantina non aveva mai visto la luce del sole,
ma quella sera vide la luce della figa. E del cazzo. E del culo.

Angelina arrivò in silenzio. Il vestito le cadeva addosso come una condanna leggera.
Sotto, nulla. Né mutande, né limiti.

— «Chiudi la porta. O mi tocca urlare e far svegliare il paese.»
Angelo lo fece. Poi la piegò sul tavolo da lavoro. Senza parole.

La fica era già bagnata. Si apriva tra le cosce come una ferita che chiedeva di essere leccata.
Lui lo fece. Con la lingua ruvida, il naso schiacciato lì in mezzo,
bevendo ogni goccia di voglia che colava.

— «Leccami il culo mentre mi vieni dentro.»
La frase non era una richiesta. Era una legge.

Lui la scopava e la leccava. Prima la fica, poi il culo, poi di nuovo la fica.
Le dita le entravano insieme. Tre. Poi quattro.
Lei gemeva, rideva, squirtava sul pavimento della cantina.

Poi si girò. Gli si inginocchiò davanti. E lo prese tutto in gola, fino a strozzarsi con amore.

— «Riempimi la bocca. E poi il culo. E poi la fica. Fallo. Riempimi tutta.»
— «Dici sul serio?»
— «No. Dico di più. Voglio vederti sborrare e poi leccarti mentre mi cola da ogni buco.»

Angelo non resistette. Le venne sulla lingua, nel culo, nella fica. Tre volte.
Una dentro, una fuori, una addosso.

Lei se lo leccò tutto. Ogni goccia di sborra. Dal pavimento. Dalle dita. Dal culo.
Angelina era trascinata per terra, ansimante.
La fica succhiata, scopata, inzuppata. Il culo violato, adorato, dilatato.

E la bocca… quella non smetteva mai di chiedere.
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